Il nome Disisa deriva probabilmente dalla parola araba "Aziz" - "la splendida"-. Già nel 1200, quando la Sicilia era terra di conquista, gli emiri che venivano dal deserto trovarono in queste valli il Paradiso della Terra, cantarono le bellezze dell'agro più fertile della Conca d'Oro, per le sue vie d'acqua e d'ombra, per i profumi delle erbe per le fontane e le palme, per i terreni coltivati.
In seguito, in epoca normanna, Guglielmo II donò la masseria che era stata lì edificata all'Arcivescovo di Monreale. Un antico atto bilingue - trascritto in arabo e in latino - testimonia che, dal 1182, la masseria Disisa era possedimento della Diocesi di Monreale. L'Arcivescovado la diede, poi, in enfiteusi ad una famiglia dell'aristocrazia palermitana, stabilendo rigidamente le regole di conduzione e autorizzando la coltivazione della vigna (che era espressamente vietata nelle altre masserie della zona).
Con l'abolizione dei privilegi feudali, che mise fine all'esercizio dei poteri temporali da parte dell'Arcivescovado, il feudo Disisa fu acquistato dall'arciprete Nicolò Di Lorenzo e da allora la sua storia è strettamente legata alla famiglia Di Lorenzo.
La fertilità di queste terre, nota fin dall'antichità, ha alimentato anche la fantasia popolare, ingigantendone la produttività e dando origine ad una leggenda sull'esistenza di un tesoro comunemente noto come "Lu Bancu di Disisa".
Due grandi studiosi siciliani di tradizioni popolari: Salvatore Salomone Marino e Giuseppe Pitrè, fanno menzione, nelle loro opere, di questa leggenda.